Tiziano

Ritratto di Carlo V a cavallo (1548). Museo del Prado, Madrid

 

Tiziano Vecellio (Pieve di Cadore, 1490 – Venezia, 1576)

«Mediante la sua “alchimia cromatica” Tiziano riesce ad intuire una realtà più profonda e lirica»

 

Già da bambino Tiziano era dotato di un talento straordinario, a soli dieci anni «[…] digiuno di qualunque nozione elementare del disegno, essendo ancora fanciullo, sul muro della casa paterna effigiò l’immagine di Nostra Donna (la Madonna), valendosi per colorirla del succo spremuto dalle erbe e dai fiori: e tale fu lo stupore, che destò quella primizia del suo genio pittorico, che il padre stabilì di mandarlo col figlio maggiore Francesco a Venezia presso il fratello Antonio, affinché apprendesse le lettere e il disegno».

 

Dopo il periodo iniziale nel quale Tiziano fece sua l’eredità di Giorgione, seppure rafforzata da una personalissima vivacità della tavolozza, il suo stile virò verso un classicismo cromatico particolarmente sereno e gioioso avente come base un profondo senso naturalistico. Verso gli anni Quaranta del ‘500, il sereno classicismo del Maestro venne incrinato dai nudi muscolosi dalle pose scultoree del Manierismo; un Manierismo piegato alla sua necessità espressiva, attraverso un cromatismo pieno ed intenso. I ritratti di Tiziano vennero perfezionati attraverso l’unità di visione fra la figura e l’ambiente, approfondendo la schietta analisi psicologica alla quale sottoponeva i suoi personaggi e, attraverso pennellate rapide ed incalzanti, svalutando la forma a favore della luce.

 

Nel decennio successivo Tiziano trovò nei soggetti di carattere pagano e mitologico maggiore libertà per approfondire fantasticamente il proprio linguaggio pittorico, un processo nel quale la forma plastica viene scorporata in una puramente cromatica, dal valore lirico; le forme vengono plasmate da fiamme e crepitii dorati, in un continuo gioco di luci.

 

Svalutando i canonici valori rinascimentali della forma e dello spazio, Tiziano riuscì ad afferrare una realtà più profonda e, allo stesso tempo, più poetica. Questa trasformazione dello strumento linguistico, ovvero il passaggio da una forma pittorica chiusa ad una totalmente aperta caratterizzata da luce e colore, fu lunga e faticosa per il Maestro; ciò a dimostrazione del fatto che si trattò della necessità di dare ascolto ad una profonda esigenza del suo sentimento. In questo modo Tiziano riuscì ad interiorizzare la propria emozione, sganciandola dalla piena adesione alla realtà naturalistica e riportandola ad un ambito interiore della propria coscienza.

 

Negli ultimi decenni della sua carriera, attraverso il dissolvimento del colore nella luce, il Maestro creò un mondo magico popolato di apparenze, caratterizzato da ricchezza lirica e drammatica. Paesaggio e figura, natura ed umanità, si fondono nella consapevolezza di un sentimento tragico della vita: l’uomo non domina più lo spazio come nella tradizione rinascimentale, ma ne diviene un tutt’uno, fondendosi con la materia che lo circonda.

 

L’opera di questa settimana è “Ritratto di Carlo V a cavallo”, nella quale il sovrano, avvolto nella luce sanguigna del tramonto, irrompe al galoppo sul campo della battaglia contro i protestanti a Mühlberg. Il cavallo, nervoso e bardato a parata, viene trattenuto con gesto deciso dal sovrano che posa con fierezza nella sua armatura. Le figure sono messe in risalto attraverso l’utilizzo di contrasti, il cavallo scuro bardato con un mantello rosso risalta sullo sfondo chiaro, così come l’armatura lucente e dorata spicca contro gli alberi scuri del paesaggio. Il paesaggio è dipinto con tonalità tendenti al verde scuro ed il cielo è illuminato da accesi bagliori dorati.

 

Il primo piano dell’opera è interamente occupato dal destriero e dalla lancia che lambiscono i due bordi dell’opera, la gradazione degli alberi sullo sfondo suggerisce la profondità. L’intera composizione è carica di un potenziale movimento, ingabbiato dalla simmetria centrale. La lancia nella mano destra è un evidente richiamo simbolico alle armi di Longino e di San Giorgio, a simboleggiare l’investitura divina del Sovrano nel ruolo di difensore della cristianità minacciata dal Protestantesimo.

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